Testo originale tratto da un articolo di Giovanni Dettori publicato nel manifestosardo nel 2018 e tradotto in francese da Salvatore La Tona.

Texte original en italien tiré d’un article de Giovanni Dettori publié dans le manifestosardo en 2018, et traduction en français de Salvatore La Tona.

Frammenti d’amicizia

(ricordando Obe)

Sindacalista di solitudini
ceffo che divora il nulla
sedentario delle longitudini
carne da sbirro
tumore della funzione urbana
don Chisciotte del crepacuore
I documenti, poeta !
poeta, documenti !

Leo Ferrè

Pazienza io me ne vado
vi lascio
bruciare calorie è un bell’ ideale
un’ideologia per neo-liberali.
Ricordatevi di noi
quando le nostre città periranno.

Marc Porcu

Cominciò per caso : per quanto le cose solo apparentemente accadano in modo del tutto casuale. E cominciò à Lodève, un altro tempo, al festival di poesia Voix de la Méditerranée del luglio 2000.

In qualche modo, furono Michel Bret e Annie Salager, conosciuti in questa occasione che si dicevano amici di un certo Marc Porcu, poeta sardo-lionese, a innescare il contatto. Dopo qualche mese, Marc mi scrive mandandomi la traduzione del figlio di Bakunìn appena ristampato e chiedendo di incontrarmi a Lione o a Torino. E fu Torino. Arrivò da solo. Annick, diffidente e prudente rimase a Lione. Non si sa mai chi Marc, temerario come sempre, sarebbe andato a incontrare.

Dalla fine di quel primo incontro, non ci saremmo più persi di vista.

Tra le tante cose che accadono per caso – ma solo in apparenza – questa volta era anche accaduto di incrociare una esplosiva miscela di sardo – franco-tunisino : occhio e pelo corvini, crine lungo su spalla larga, baffo e pizzo da guascone. Lo si poteva anche sospettare, dato il bagaglio somatico, un personaggio in fuga da una pagina di letteratura ottocentesca.

E, inaspettato, parlando a lungo e fitto – come sempre accade a un primo incontro, quando si vuole raccontare di sé tutto in una volta – , venivo a trovare nel suo bagaglio storico e genetico che sì, è proprio in fuga, ma dal tuo stesso lembo di terra. Che è sì, volendo prestare fede ai dati anagrafici, un franco-tunisino, ma “di origine sarda”. Come sono, esattamente anche io: di origine sarda. Come ai sardi che mai varcarono il mare piace definirci ogni volta che si trovino a doversi occupare malvolentieri di noi, dei fuorusciti. Degli esiliati. Senza bandiere né patrie. Senza padroni né dei. Stranieri eppure sempre a casa propria, a proprio agio dovunque nel mondo grande e terribile.

Chi conosce lo sradicamento, chi conosce l’esilio è provato da un’esperienza eccezionale : quella dell’essere umano esiliato all’Infinito, esiliato dal cosmo. Vivere, allora, è accettare l’esilio come la più alta delle patrie, come cantava un poeta degli esili, Saint – John Perse :

“L’exil n’est point d’hier ! L’exil n’est point d’hier !
Dit l’Étranger parmi les sables, “toute chose
au monde m’est nouvelle!…” Et la naissance de son chant
ne lui est pas moins étrangère.

Sur trop de grèves visitées furent mes pas lavés avant
le jour, sur trop de couches désertées fut mon âme
livrée au cancer du silence.

Étranger, sur toutes grèves de ce monde, sans
audience ni témoin, porte à l’oreille du Ponant une
conque sans mémoire :
Hôte précaire à la lisière de nos villes,
où ta parole n’a point
cours et ton or est sans titre…
“J’habiterai mon nom”, fut ta réponse
aux questionnaires du port. Et sur les sables du changeur,
tu n’as rien que de trouble à produire,
Comme ces grandes monnaies de fer
exhumées par la foudre”.

Era la nostra condizione di migranti. Ci leggevamo in essa. Poiché tali e tanti, di figliastri, la Sardegna, la nostra “zattera di pietra”, sempre in eccesso di braccia e di teste, ne ha disseminato a mano piena ai quattro venti del mondo, che non appena si sia saltato una sola volta il fosso, il cimitero marino del Tirreno, per ciò stesso, immediatamente, non le si appartiene più. Quasi non si è più sardi. Bensì esuberi, avanzi, scarti, rifiuti “di origine sarda”. Questo il sigillo, la marcatura che entrambi ci connotava, che ci portavamo dentro.

Quasi destinati a vivere entrambi come esiliati, in uno spazio-tempo, una contemporaneità atomizzata, separata e arrabbiata come quella attuale, la nostra amicizia si andò fondando e andò crescendo sull’empatia, sulla con-passione, sulla capacità di vederci e riconoscerci nello sguardo dell’altro, di leggerci attraverso la poesia dell’altro.

Per Marc la poesia è sempre stata azione clandestina, sabotaggio, sfida perdente all’ordine delle cose da un “Don Quichotte du crève-coeur”. Una traccia costante della sua anima libertaria, del suo coinvolgimento umano, della sua con-passione verso chi è senza difese, senza voce, vincolo che non verrà mai meno nella sua poetica, nel suo essere uomo. Esordiva dalle proprie radici.

Correva fuori dal branco, Marc, ruvido e schietto, ancora capace di stupirsi, indignarsi, ridere. Dolce e amaro. Tenero e duro. Perché era un uomo vero, in un ambiente in cui crescono a vista d’occhio individui soltanto virtuali. Perché era un uomo antico che tentava di anticipare il futuro. Un uomo per cui contava l’essere e non l’apparire. Credeva nelle parole che gli uscivano di bocca e faceva quello che le parole dicevano.

Privilegio dei poeti è proprio questo continuare, come questa sera, a parlare anche dopo la loro scomparsa fisica. Se sono autentici, come Marc era, il seme che hanno gettato, le parole che hanno detto, non vanno perduti.

In sintonia e tuttavia diversi, talvolta discordi poiché mai né lui né io siamo caduti nell’errore di confondere l’amicizia col combaciare di due triangoli equilateri. Pluralità di anime, identità molteplici : Marc era un tunisino, un francese, un sardo ? E’ stato questo essere plurale, questa alchimia di identità, questo “apertura” all’identico e diverso che da sostanza, impasta e cuoce al forno la sua poesia. Oltrepassando le strettoie, i vicoli senza uscita e l’asfissia dei confini e delle patrie: grandi o piccole che siano.

Questo “meticcio”, strano impasto e composto alchemico [garbuglio] di Sardegna – Tunisia – Francia, rispondente al nome di Marc Porcu, poeta e puntiglioso traduttore in lingua francese di scrittori e poeti sardi, a partire dai romanzi e dalle poesie di Sergio Atzeni, che si era scoperto anche lui “un cuore africano”, dei quali è stato l’inventore pressoché solitario in lingua francese per la Fosse aux Ours di edizioni di Pierre-Jean Balzan, che la stampa francese definisce addirittura “eroico”.

Da cosa nasceva questo “eroismo” ?

Le traduzioni di Marc erano sempre condotte ai limiti dell’osmosi, rispettando sempre la diversità e la molteplicità de voci con le quali dialogava. Traduzioni – come scrisse Luc Hernande – “da mozzare il fiato”.

Passando alla produzione poetica in Sardegna, Marc se ne era già occupato in un altro ormai lontano millennio. ”Les cahiers de poésie-rencontres ”nel maggio del 1992 – La poésie sarde contemporaine” – le dedicavano l’intero N° 33.

Per quanto refrattario a qualsiasi ideologia identitaria, nella sua poesia i riferimenti alla Sardegna, una sorta di “terralonge” come una terra contemplata nella distanza, sono una presenza incombente, quasi ossessiva e struggente evocazione nel segno del distacco, dell’erranza e dell’emigrazione. Ma anche di un possibile/impossibile ricongiungimento. Penso a “Vecchie donne di Sardegna”, alla “Lettera a Gramsci” a “Emigrare”, a “Mi accosterò all’Isola”, “Sono nato” eccetera…

Se la mia è stata una “fuga da”, come progressivo allontanamento, quella di Marc si declinava come “fuga verso”, in quanto quasi inevitabile ri-avvicinamento all’Isola vista e patita come luogo dell’anima.

Quello che per l’antenato del mito – diventato mito fondativo della sua poesia – era stata la temeraria traversata verso le coste africane e l’abbandono di tutto; per Marc non poteva trasmutarsi in altro che uno struggente sogno di ritorno. Quasi simbolicamente, la “Navicella d’argento” con la quale era stato premiato qualche anno fa in Sardegna, rendeva reale il sogno. Un viaggio pressoché simile, ma tragicamente reale, tutt’altro che immaginale, a quello affrontato oggi, in direzione inversa da una moltitudine di disperati.

Marc tornava a casa. Il cerchio si chiudeva. La sua vicenda su questa terra poteva dirsi conclusa. Le cose sono e continueranno a essere. Restera ciò che Marc ha costruito : l’amore che ha saputo offrire, l’amore che ha meritato. A noi non resterà che imparare quello che ancora riusciremo a imparare. Il lascito testamentario che nella sua poesia ci ha trasmesso : « Souvenez-vous de nous/quand nos villes périront ».

Nel solstizio d’estate, Sotto un sole impietoso, quello che di corporeo restava di Marc cadeva in pioggia minuta di cenere all’ombra di un arbusto nel cimitero centrale di Lione. Qualcosa di irreale, di incredibile, di assurdo: eppure, la dimensione, la realtà più se-vera. Ci credessimo o no Marc era esattamente “questo”, e a questo faceva ritorno. Stento a rendermene conto, a farmene una ragione ancora adesso che scrivo. Cinque persone assistevano, mute. E piangevano…

Infine, voglio chiudere questi frammenti d’amicizia con i versi di Rilke :

Ho morti ed a se stessi li ho lasciati,
stupito di vederli così in pace,
a casa loro nella morte, giusti,
così diversi dalla loro fama…

Che la tua morte ci spaventò; anzi,
c’interruppe scindendo il Poi dal Prima :
questo, sì, ci riguarda, e come tutto il resto
sarà compito nostro dargli un senso.

Verrua Savoia, 1 febbraio 2018

Fragments d’amitié

(en souvenir d’Obe)

Syndiqué de la solitude
Museau qui dévore du couic
Sédentaire des longitudes
Phosphaté des dieux chair à flic
Colis en souffrance à la veine
Remords de la Légion d’honneur
Tumeur de la fonction urbaine
Don Quichotte du crève-cœur

Poète, vos papiers !
Poète, papier !

Leo Ferré

Patience je vous quitte
Et je vous laisse comme aurait dit Baudelaire
“…ces beautés de vignettes,
produits avariés nés d’un siècle vaurien…”

Je vous laisse
Cramer des calories c’est un bel idéal
Une idéologie pour néolibéral.

Souvenez-vous de nous
quand nos villes périront.

Marc Porcu

Tout commença par hasard : même si ce qui arrive par hasard n’est qu’un hasard apparent. Et cela commença à Lodève, dans un autre temps, au festival de poésie Voix de la méditerranée, en juillet 2000.

Quelque part, ce furent Michel Bret et Annie Salager, que j’avais connus à l’occasion de ce festival, amis d’un certain Marc Porcu, poète sarde-lyonnais, qui provoquèrent le premier contact.

Quelques mois plus tard, Marc m’écrivait pour m’envoyer sa traduction du Fils de Bakounine, qui venait d’être rééditée, et pour me proposer de nous rencontrer à Lyon ou bien à Turin. Ce fut Turin. Il arriva seul. Annick, méfiante et prudente, restera à Lyon. On ne sait pas qui Marc, toujours téméraire, allait rencontrer.

À partir de cette première rencontre on ne se perdra plus de vue.

Parmi les innombrables choses qui arrivent par hasard – mais seulement de façon apparente – il m’est arrivé, cette fois-ci, de tomber sur un mélange explosif de sarde – franco – tunisien : œil et poil de jais, crin long sur de larges épaules, bouc et moustache de Gascon. On pouvait se douter, au vu de son bagage somatique, qu’il était un personnage qui s’était échappé d’une page de littérature du dix – neuvième siècle.

Et de manière inattendue, en discutant longuement de façon intense, lorsqu’en une seule fois on veut tout raconter de soi-même comme cela arrive souvent à l’occasion d’une première rencontre, je retrouvais dans son bagage historique et génétique, ce même bagage qui, pour le coup, s’était échappé de la bande de terre d’où je venais. Si on en restait aux données personnelles, il était certes franco-tunisien, « mais cependant d’origine sarde ». Exactement comme moi : d’origine sarde. Comme les Sardes qui n’ont jamais traversé la mer aiment à nous définir chaque fois, mais à contrecœur, qu’ils doivent s’occuper de nous ; nous « les sortis dehors ». Des exilés. Sans drapeaux ni patrie. Sans maîtres ni dieux. Étrangers mais toujours chez eux là où ils vont, à l’aise partout dans ce grand monde terrible.

Celui qui connaît le déracinement, qui connaît l’exil endure une expérience exceptionnelle : celle de l’être humain exilé à l’infini, exilé du cosmos. Vivre est alors accepter l’exil comme la plus haute des patries, comme disait le poète de l’exil Saint – John Perse :

“L’exil n’est point d’hier ! L’exil n’est point d’hier !
Dit l’Étranger parmi les sables, “toute chose
au monde m’est nouvelle!…” Et la naissance de son chant
ne lui est pas moins étrangère.

Sur trop de grèves visitées furent mes pas lavés avant
le jour, sur trop de couches désertées fut mon âme
livrée au cancer du silence.

Étranger, sur toutes grèves de ce monde, sans
audience ni témoin, porte à l’oreille du Ponant une
conque sans mémoire :
Hôte précaire à la lisière de nos villes,
où ta parole n’a point
cours et ton or est sans titre…
“J’habiterai mon nom”, fut ta réponse
aux questionnaires du port. Et sur les sables du changeur,
tu n’as rien que de trouble à produire,
Comme ces grandes monnaies de fer
exhumées par la foudre”.

C’était notre condition de migrants. On se reconnaissait en elle. Comme si on n’était plus des Sardes, mais seulement un nombre en excès, des restes, des déchets “d’origine sarde”. C’était ça le sceau, la marque qui nous distinguait tous les deux.

Comme si nous étions destinés à vivre, tels des exilés, dans un espace-temps, une contemporanéité atomisée, divisée et en colère, comme l’est l’actuelle, notre amitié commença à se bâtir et à grandir sur l’empathie, sur la compassion, sur la capacité de vivre et de nous reconnaître l’un dans le regard de l’autre, de nous voir et nous lire dans la poésie de l’autre.

La poésie, pour Marc, a toujours été action clandestine, sabotage, défi perdu lancé par un “Don Quichotte du crève-cœur”. Une trace constante de son âme libertaire, de son implication humaine, de sa compassion vers tous ceux qui sont sans défense, sans voix, qui fera à jamais partie de sa poétique, de son humanité. Sa poésie naissait de ses propres racines.

Il courait hors de la meute, Marc, rugueux et direct, encore capable de s’étonner, de s’indigner, de rire. Doux et amer. Tendre et dur. Parce qu’il était un homme vrai, réel dans un environnement où, à vue d’œil, il ne pousse que des individus virtuels. Parce qu’il était un homme d’un autre temps qui tentait d’anticiper le futur. Un homme pour qui comptait l’être, et pas le paraître. Il croyait aux mots qui sortaient de sa bouche et il ne faisait que ce que ses mots lui disaient.

C’est un privilège des poètes que celui de pouvoir continuer à parler, comme c’est le cas ce soir, même après leur disparition physique. Et s’ils sont authentiques, comme Marc l’était, alors la graine qu’ils ont jetée, les mots qu’ils ont dits, ne se perdront pas.

En syntonie et cependant différents, parfois partagés mais ni lui ni moi nous nous sommes trompés et nous n’avons pas confondu notre amitié avec la même correspondance qui existe entre deux triangles équilatéraux. Pluralité d’âmes, identités multiples : Marc était-il tunisien, français, sarde ? Il a été tous cela à la fois, un être pluriel, il a été cette alchimie d’identités, cette “ouverture” à l’identique et au différent qui donne substance, qui pétrie et cuit dans le four de sa poésie. Dépassant les embouchures, les verrous, les contraintes sans issue, l’asphyxie des frontières et des patries : grandes et petites.

Ce “métisse”, étrange mélange et mixture alchimique de Sardaigne-Tunisie-France, qui répondait au nom de Marc Porcu, avait traduit le premier, et de façon presque solitaire, les romans et les poésies de Sergio Atzeni, pour les éditions de la Fosse aux Ours de Pierre-Jean Balzan. Ce qui lui a valu, de la part de la presse française, la définition de “héroïque”.

Mais d’où naissait cet héroïsme ?

Les traductions de Marc, à la limite de l’osmose, respectaient toujours la diversité et a multiplicité des voix avec lesquelles il dialoguait. Traductions – comme écrivit Luc Hernandez – “à couper le souffle”. Réfractaire aux idéologies identitaires, les références à la Sardaigne dans sa poésie sont comparables à une sorte de “terralonge”, une terre contemplée à distance ; ces références constituent une présence qui incombe, une évocation presque obsessionnelle et poignante sous le signe du détachement, de l’errance et de l’immigration.

Mais aussi d’un possible/impossible rattachement. Je pense à « Vieilles femmes de Sardaigne », à « Lettre à Gramsci » à « Immigrer », à « Approche de l’île », à « Je suis né », etc…

Si ma fuite a été une « fuite de », un éloignement progressif, celle de Marc était une « fuite vers », un rapprochement presque inévitable de l’île, vue et sentie comme le lieu de son âme. Ce lieu – mythe fondateur de sa poésie – qui pour son ancêtre avait été la courageuse traversée vers les côtes africaines et l’abandon de tout ; ce lieu pour Marc ne pouvait que se transformer en un poignant rêve de retour. De façon presque symbolique « la navicella d’argento », qui lui avait été décernée il y a quelques années en Sardaigne, rendait ce retour réel. Un voyage presque semblable à celui tragiquement réel qu’aujourd’hui une multitude de désespérés doit affronter, mais dans la direction opposée. Marc rentrait à la maison, le cercle se refermait. Son aventure sur cette terre pouvait se dire terminée.

Ce qui est continuera à être. Seulement ce que Marc a construit restera : l’amour qui a su offrir, l’amour qu’il a mérité. À nous il ne nous restera qu’à apprendre ce que nous réussirons encore à apprendre. Le testament qu’il nous a laissé dans sa poésie est : « Souvenez-vous de nous/quand nos villes périront ».

Dans le solstice d’été, sous un soleil impitoyable, ce qui restait de Marc tombait en une fine pluie de cendre dans le cimetière central de Lyon. Quelque chose d’irréel, d’incroyable, d’absurde. Et cependant c’était la dimension, la réalité la plus sévère. Que nous le croyions ou non Marc était exactement “cela“, et à cela il faisait retour. J’ai du mal à m’en rendre compte, à m’en faire une raison, encore maintenant pendant que j’écris. Cinq personnes assistaient à cela, muettes. Et elles pleuraient…

Je veux terminer enfin ces fragments d’amitié avec ces vers de Rilke :

J’ai des morts et je les ai laissés à eux-mêmes,
surpris de les voir si en paix,
chez eux dans la mort, justes,
si différents de leur renommée…

Que ta mort nous fit peur ; ou, mieux,
Elle nous interrompit séparant l’avant de l’après :
cela, oui, nous concerne, et comme tout le reste
sera notre tâche de lui donner un sens.

Verrua Savoia, 1 février 2018